giovedì 27 novembre 2014

Monsù Giusèpp èr caglié del Rondò di Neive



Monsù Giusèpp èr caglié del Rondò di Neive








Monsù Giusèp abitava con la sua famiglia nel Ciabòt del Peso del Rondò di Neive. Il lavoro iniziava al mattino molto presto quando arrivavano “tombarèi”(carri per trasporto animali) o cartòn (carri per trasporto legname) o con arbi(bigoncia) per trasporto dell’uva. L’ufficio del peso divideva il locale con il banchetto del Ciabattino e la poltrona da barbé. Monsù Giusèp aveva anche molti impegni da sbrigare sia nel paese alto che nel Borgo Nuovo di Neive. Si avviava dicendo alla moglie: <se mi cercano, torno per le 17.00> . Lo potevano cercare clienti che chiedevano notizie circa la riparazione delle scarpe o qualcuno per prenotarsi per barba e capelli per il mattino seguente. Ma ormai quasi tutti sapevano degli impegni di Monsù Giusèp e non stavano a disturbare la signora. Indossava sempre il vestito scuro con la giacca doppio petto e col freddo ci metteva sopra il giaccone in pelle. Il primo ufficio a cui far visita era il Bar del Rondò. Si sedeva per pochi minuti e quando dalla bottega sotto si sentiva la signora Mafè che ordinava: <Gidio, cuca l’euv!> , scattava, salutava e ripartiva. La salita per arrivare all’arco di San Rocco era dura, ma il fido bastone lo aiutava e quasi teneva testa a Pippo Barberis che con il Mosquito lo sfidava pedalando a più non posso!
Giusèp sorrideva e urlava a Pippo< ci vediamo quando piove! Ma ‘t véni pà(ma tu non vieni!).
Pippo lo salutava ritornando veloce.
Il Mercoledì scendeva per la scorciatoia della Rampa facendo tappa da Mantoan che abitava nel ciabòt sopra il Littorio. Ii davo na torcià(preparavano una sigaretta) e commentavano, fumando, dei trifolao che venivano a “rubare i tartufi “ dai tigli che erano di sua proprietà! Monsù Giusèp tranquillizzava Mantoan dicendogli che avrebbe riferito al Maresciallo o al Sindaco. E via, giù per la scalinata a salutare i bambini delle classi prima elementare delle  maestre Grasso e Piccinelli. Le masnà giocavano e lui si soffermava a chiedere notizie del maestro Igino e del sig. Capo Stazione Piccinelli. Scendendo in via Mazzini salutava i Gallo, Oreste che stava già macellando “nella bassa macelleria”. Voleva sempre offrirgli qualche pezzo di frattaglia ma lui ringraziava e non accettava con la scusa che era lontano da casa. Non avrebbe mai portato a casa quella carne poco sicura, piuttosto avrebbe mangiato pan e “siola”(cipolla). La casa successiva era quella di Pinoto Gallo e Maria la Lattaia. Pinoto era tornato dalla Russia e raccontava con le lacrime agli occhi delle peripezie della ritirata di Russia. Giusèp lo ascoltava per un po’ , quindi commosso gli faceva coraggio e salutava Carlin ,altro fratello Gallo. Carlin non gli piaceva perché era “complimentoz e faoss”(complimentoso e falso), inoltre una volta gli aveva dato della carne tritata vecchia.
Passava anche nella stalla dei Giacon e si complimentava con Tognin il padre, per i bei cavalli da tiro utilizzati per trainare il carro funebre. Omaggiava la signora Adalgisa ,una “signora “ sarta “ che usciva sulla lobbia a vedere chi ci fosse ma rientrava subito chiarendo alle apprendiste, senza mezzi termini, che c’era solo col “fagnan” dèr caglié dèr Rondò! Giusèp sentiva e alla “bondosa “ (abbondante) signora rispondeva con un ironico<Rà salut béla madamin !>  e a Tognin , sapendo che si innervosiva a chiederglielo: <e Don Gino o stalo bèn!> Era il figlio prete che era stato inviato in Sardegna per punizione. Il Giacon padre gli alzava il Foèt(frustino) e lo mandava via malamente.
Lui procedeva e andava a scambiar due parole con Giaco èr cavagné(cestaio). Si confidavano i reciproci dolori all’anca e Giusèpp consigliava i”massaggi con ra Ssionza(grasso di maiale)”, segreto a lui spiegato da Duilio, marito della Spessiaira(Farmacista). Giaco, già solo a parlarne sentiva meno dolore e in segno di ringraziamento offriva un cestino da lui realizzato con un pacco di buza èd caval ottima per i gerani della signora del caglié. La buza era dei cavalli di Giacon e la carta era quella azzurra per lo zucchero avuta da madamin Felicina della drogheria Strazzarino quando le impagliò lo scagnetto della bottega. In cambio del lavoro ricevette un etto di zucchero e un etto di caffè con un pacchetto di surrogato” vero Franck”. Giusèpp ringraziava e ripartiva col cestino al braccio. Aveva già in mente a chi poteva donare il prezioso concime contenuto nel bel pacco azzurro aviatore. Svoltato l’angolo della casa Rivetti entrò nella bottega di ferramenta di Cento èr magnin. Lui era sempre in giro a riparare vetri o a stagniné grondane o paireu(Paioli), ma avrebbe trovato madamin Giulia, sempre grassioza e allegra. Aprì la porta e lo scampanellio del Ciochin avvisò della  sua entrata. Si udì la voce di madamin Giulia che intonava “bel oselin del bosco” e quando entrò era avvolta dal profumo dell’aglietto e conserva di pomodoro. Giusèpp la accolse con un inchino, sorreggendosi al bastone, quindi chiese se poteva avere una trentina di chiodi a testa tonda per riparare uno zoccoletto di Tota Da Casto. Chiese quanto doveva e allorchè madamin Giulia gli disse che erano offerti, sempre galante le disse che in cambio della sua gentilezza avrebbe concimato il geranio della “tola” (latta) sul marciapiede. Madamin ringraziò e cantando ritornò alla cucina. Giusèpp mise un po’ di buza ed caval e ricompose il pacchetto, poteva ancora servire, magari per qualche scherzo.
Attraversò la strada e andò sotto l’Ala dove vi erano i commercianti di bestiame, non voleva passare sul marciapiede dove Loizin, il caglié, suo concorrente aveva il “banchèt” e clientela . Salutò alcuni “Negossiant”Commercianti, poi vide Giuda(Gioda) il litigioso Negossiant dèr Caplèt, questi stava vendendo doe polaje a una madama dei Plissé e urlava che non gliele avrebbe lasciate se non gli dava quanto voleva lui. Giusèpp si intromise e con fare cerimonioso chiese se poteva aggiungere al prezzo pattuito un cestino con sorpresa per far avere alla madama ed Tomlin, suo caro amico le due pole. Giuda, preso alla sprovvista, ritirò i soldi dalla donna e il cestino, quindi li ritirò nel portafoglio a fisarmonica legato alla catenella al panciotto sotto la mantella. Quando ebbe terminato l’operazione la signora non c’era più e Giusèpp attendeva la reazione di Giuda dietro al pilastro dell’Ala. Aprì con cautela il pacco ma prima che avesse tempo di cominciare a sacramentare, Giusèpp arrivò e prendendolo sotto braccio lo invitò a bere un Marsalino al Bar da Talina. Giuda non fece altre storie e ridendo si lasciò accompagnare all’osto da Talina.
Madama Talina appena vide entrare Monsù Giusepp disse : “propi chièl spetava! E rò i sandali da rangé” Lui ritirò i calzari  che pose nel cestino e chiese se potevano tenere un pacco nella ghiacciaia. Lo ritirò Italia e lo pose in ghiacciaia. Lui strizzò l’occhio a Madama Talina e lei versando due Marsalin disse forte : “ antèss pachètt Jè in regalin per Giuda! Lo ritira quando va a casa!”




















venerdì 28 marzo 2014

Limpio,i rèsiin,èr Magnin.

                                          Arditao
                                         Ra sòta drà lèssiia(la fossa per lavare)






Limpio passa in Cantabusso

 La strada non era lunga ma impiegavo tanto tempo perché avevo molti conoscenti dai quali era obbligo fermarmi e “contéra an pòch”(Racccontarla un po’). In Cantabusso c’erano degli amici “rèssiin” che avevano montato il palco per segare delle assi e cantavano già al mattino presto, o almeno sembrava. Lasciai il cavallo da Pietrino e scesi per la scorciatoia. Era già festa, non mi ero sbagliato.

 C’erano Dolfo e Gioanin dell’Arditao che avevano gìà segnato i tronchi e avevano iniziato a Réssié. Uno sul palco dava ritmo dicendo: “Mès arènc ,mès arènc…..” e intanto da sotto l’altro tirava.  Avevano un bel po’ di spettatori e ogni tanto fermavano . Prima beveva quello sotto quindi passava la bottiglia di zucca a Dolfo che era sopra raccomandandosi: Bèiv poch.(bevi poco) e questo: O mè smia an poch lingér !) Voleva far capire al proprietario dei tronchi che era il caso di tirare fuori il vino buono! Ripresero il lavoro sotto lo sguardo divertito del pubblico, ma questa volta trovarono un grop(Nodo) e faticavano a far scorrere la lama. Dolfo intonò “Arènc antér Arènc antér…..”Esprimendo lo sforzo che facevano.Rincuorati dal vedere che ra padrona a prontava ra taola e èr padron andava in cantina ripresero lena e suscitarono applausi per il brio adottato. Non fermarono più fino in fondo al tronco. Era uscita una seconda asse ! La controllarono tutti ,anche i bambini che con èr Parin vèi diedero il via per la terza.

Salutai e mi avviai verso il cavallo accompagnato da due ragazzine che con un “baso”(bastone da spalla per secchi) a testa  andavano a prendere l’acqua alla “tampa”(lo stagno). Presi i sigilin alla più piccola e le seguii .In lontananza apparve lo stagno. Il bue all’ombra del grande rovere agitava la coda per allontanare le mosche. Quattro donne in ginocchio insaponavano e sbattevano indumenti e lanseù prima arrotolati, con energici gesti . Una vedendomi si aggiustò il fazzoletto in testa e prese a cantare seguita dalle altre. Con le due bambine salimmo ao Tanot(pozzetto sopra la tampa)  e le aiutai a pescare l’acqua

                                                          èr Magnin


Dalla strada del bosco spuntò Milio “èr magnin”. “o ièra tut tèncc” (era tutto affumicato); nonostante il lavoro che praticava ,si ostinava a vestire con abiti chiari. Solo il corpètt era nero,camicia bianca, giacca di velluto chiara ,pantaloni a qudrètin da Miriné. Il cappello era stato la paga ” èd na sgnora”. Siccome gli feci i complimenti per il cappello, se lo tolse e dalla fodera estrasse un foglietto con una bella grafia che recitava: “A Milio èr magnin in cambio della riparazione sul "letto". Con riconoscenza Maestra Giuseppina Riarda.” Era orgoglioso del bel cappello a “Lobia” appartenuto al padre della maestra e lo mostrò alle donne quando scendemmo alla tampa. Queste marissiose (maliziose) iniziarono a far domande: A jèrla bela sa maestra ? Milio stette al gioco e raccontò: <Non aveva mai insegnato,era proprio una signora, i suoi erano Conti ma lei non volle mai che la chiamassero Contessina e morì sènsa in Pichin(soldino) perché donò terre ed averi alle famiglie “sciavènsa”. Queste riconoscenti la mantenevano portando i frutti della terra . Era dell’età della mia mamma e siccome l’avevo conosciuta ,  quando tornai dalla guerra  ogni tanto mi faceva chiamare per piccole riparazioni.> Milio aveva un viso che sembrava scolpito nel legno ed essendo completamente senza denti ,quasi il mento gli toccava il naso. Sputacchiava ,parlando, ma non per questo era di poche parole. Anzi  ,era un Ciaciarèt”Chiacchierino” e soprattutto con le donne parlava volentieri e le scherzava. I suoi servigi consistevano nel riparare “pele”Padelle ,Paireu(paioli)Bronsse (pentole)Ma anche coltelli e accette, sia affilandoli con la sua acqua magica oppure “ambrocanda”(rimettendo èr broche (chiodi) ribattuti ai manici e impugnature). La sua acqua magica per affilare falci e arnesi da taglio era un segreto che aveva svelato un po’ a tutti dopo aver bevuto almeno due bicchieri di vino buono. Rimaneva il dubbio se fosse una burla .Consisteva nel mettere uno scorpione nell’acqua del “coé” (Portacote),azione che Milio eseguiva solo dopo una bella bevuta e quindi per molti poco affidabile. Rimane il fatto che chi provò dovette constatare che “èr fil o durava pì ampèss!”  (Il filo della falce o altro durava più a lungo). In tutta la Langa era conosciuto come “Acqua” sia perché chiedeva acqua per raffreddare le padelle e paioli stagninati sia perché lo scherzavano chiedendogli se preferiva bere acqua o vino! . In quanto ai “magnìn”  li elargiva volentieri a bambini e fomre (donne)sotto forma di carezze !  

giovedì 27 febbraio 2014

Gli Agnelli del Porto di Neive





Dai Ronch si vede il Tanaro di Magliano e Rélio vide che il fiume era tranquillo. Le albere ondeggiavano leggere, accarezzate dalla brezza mattutina, voli d’uccelli annunciavano una buona giornata. Pinin, il padre, uscendo dalla stalla osservò affettuosamente la partenza dei figli con la carretta e la mucca e alzando una mano ricordò:”in poch èd brot per i conij…” Gidio e Relio, altrettanto garbatamente salutarono e annuirono. Gidio, seduto dietro era già pronto a frenare nella leggera discesa del “sapèl”,Relio procedeva davanti. Nella strada dei “Gorèij” che conduceva al Porto di Barbaresco si incrociava “èr mond!”, cartoné, mediator, negossiant,préve,frà e sgnorèt e anche “ghigne” da lestofant. Per tutti, i due fratelli avevano un saluto:”bondì, uèi!, ‘svoghima. I “pescao” si infilavano nel boschetto della riva del fiume e raggiungevano il loro “Navèt”(tipica barca da fiume spinta con un bastone).
  
Michelino  e il suo Navèt

Relio sorrideva quando sentiva “sfèrfojé”(movimenti nel sottobosco) nella penombra, e “torcianda in sigarèt” (preparando una sigaretta), da seduto sul bordo della carretta, commentava con Gidio, per farsi sentire: “Scì o saralo vnì per bolé o a pesché?” (questo qui,sarà venuto per funghi o per pescare?) Gidio rinforzava la dose di sarcasmo:” o sarà vnì a voghe se Tane o mèna crèm”! (sarà venuto a vedere se l’acqua del Tanaro sta gelando!” Sapevano bene che quel boschetto era frequentato da pescatori di frodo che nascondevano “trémaj”(rete con canna per pescare) cestini con Squarssasac, arboréle e anche anguille, per riprenderli “ anto scur”(nel buio). Prima passavano al porto a recitar la parte dei pescatori amatoriali a cui non piacevano i pesci del Tanaro. Gidio li aveva nominati “mangia pèss a tradimènt”. Sistemata la mucca, Relio si avviò al traghetto e trovò Rico, il cugino che trafficava alla fune. Lo sentì arrivare e subito: “vèn vèn che a rè na giornà marca léon! a rè scarùcolasse già due vote.”( Vieni vieni che è una giornata speciale! Si è gia scarrucolata due volte.) Rico era il cugino fratello di Gino, anche loro Agnelli, addetto come tutti, a turno, al traghetto. Scalzo, pantaloni arrotolati al ginocchio e ra “cica”(mozzicone) ridotta al solo pezzo di cartina appiccicato alla “bochéra”(angolo della bocca ingiallito dal tabacco), era di poche parole e da “bon giaj”(buon rosso di capelli) caustico e speciale. Nel riparare la carrucola raccontò col suo stile asciutto: Stamattina l’ho già vista bella. “Ra manbruja” ha gettato in acqua un frate! Quando il traghetto era fermo o aspettavi o se volevi andavi alla “ciusa” (alla chiusa e guadavi bagnandoti i piedi. Quella mattina arrivò un Frate da Neive e aveva fretta. Rico che non era tanto da Chiesa e anzi, malsoppportava “si vestorgnon”(le vesti dei religiosi gli disse “s’o rà pressa co passa a pé da ra ciusa!”(se ha fretta passi a piedi dalla chiusa).Questo che pur non aveva calze e solo i sandali, essendo “frà descaoss” ( frate scalzo) : “o mi dispiacerebbe bagnarmi!” Rico, senza tante cerimonie “so nèn cos féjé”!
Ogni tanto passava al porto una donna che gli Agnelli, gran poeti nel rinominare le persone avevano soprannominato la “Mambrujia” (donna robusta e nerboruta).Donna forte ma di cuore, disse al frate, che tra l’altro era “scrossirèt”(mingherlino), se voleva che lo portasse in spalla sull’altra riva. Il Frate accettò e ringraziò. I due si avviarono alla chiusa ma dopo poco tornarono prima lei e poi lui tutto bagnato. Rico che era uno che si faceva gli affari suoi alzò gli occhi e intuì cos’era successo.

Quando furono in mezzo al Tanaro, la donna con l’acqua alla coscia e il frate sulle spalle, lui forse preparando un’avance commentò” ringrassianda o Signor e ra Madona, son mai sta a caval a na dona!” La donna non apprezzò e ribatte con humor umido:”Bèn, mi ringrassianda o Signor e san Francèsc èt camp con èr bale ar frèsch.” Relio quando sentì il racconto della donna,giorni dopo, rise sommessamente e malignò:” “Gli è andata bene che non ha bagnato i calzini!”.   

martedì 11 febbraio 2014

Vigio èr panaté 'd Rèvèl

 Neive
 Vigio èr panatè ‘d Rèvèl

 Eccolo che spunta puntuale con il discendere delle sbarre del passaggio a livello.  Segnalano o l’arrivo o il passaggio di un treno. Non è un ferroviere, è Vigio il panettiere di Lucio ‘d Rèvèl.
Esce dal portone del cortile che dà sulla strada della Chiesa, ma lui non va verso la Chiesa ,viene verso la provinciale e si appoggia all’angolo della casa. Rimane per pochi minuti, e poi via lesto a dare un’occhiata al forno. Se non è ancora ora di sfornare ritorna sul “canton”a “fè babola” a salutè Nino “ er feroviè” che sfreccia in bicicletta nel sentiero vicino alle rotaie verso la galleria per girare lo scambio. A volte ,al tabellone delle pubblicità fissato alla barriera di cemento della strada ferrata, c’è da leggere un manifesto da morto oppure di una festa di paese che sta affiggendo Abaldo il tipografo, allora bisogna fare attenzione perché nel forno c’è il pane che non aspetta e Abaldo “o rè un co ra conta vronté”. Se lo vedi correre via è perché sta per scadere il tempo di cottura. Con la sua bustina bianca da copricapo che pubblicizza il fornitore di lievito , la camicia infarinata e i pantaloni  a quadrettini bianchi e grigi per mimetizzare la farina sembra un folletto dei boschi: Ora c’è ora non c’è più. Di lavoro ne fa tanto Vigio, perché con la scusa che ha tempo ,aspettando “ra cocia dra fornà” ,lo chiama Lucio per buttare le fascine sulla cascina per far fuoco, lo chiama Maria(moglie di Lucio) : “ svoidme sa gavia Vigio per piasì”  Lo chiama Ginota,”fomra der maslé Felicin” :<”Vigio , pèr piasì porta sa tripa a Felicin.>” Sempre con quel passo veloce, riesce a far tutto con un sorriso senza mai perdersi in chiacchiere, o se c’è na madama o madamin la saluta andando via. Si scusa e dice<“Ca mè spéta in momént”!>  Quando torna, sono andate via , ma lui sorride, sa che sono comprensive, il suo lavoro è così!

Dopo avere sfornato il pane bisogna pulire il forno e passare lo “  pnass” . Nel pomeriggio Vigio va a fare un sonnellino , poi prepara un po’ di “torcèt , panin e galucio “. I grissini li fa il mercoledì, così ci sono per il giorno di mercato. Madama Marietta “ ra Fnoui” che è nata a Trezzo e a resta ra mama ‘d Lucio e Felicin, quando prepara i grissini lo va ad aiutare a stirarli e gli da consigli su quanto olio deve mettere. Quando son cotti ne prende due ancora caldi e va a sedersi sulla sedia di vimini che Maria ha messo davanti al negozio. Alle donne che entrano dice:< I grisin ‘d Vigio rièss fina a mangiéie mi, che son sènsa dènt”. 

domenica 9 febbraio 2014

Chiesa di san Michele in Arguello
un libro per sostenere la chiesa di San Frontiniano in Arguello
a cura di Beppe Fenocchio

Prima di andare voglio raccontare: Nel Cortile di Lidia e Romano Levi

Prima di andare voglio raccontare: Nel Cortile di Lidia e Romano Levi: Da Romano e Lidia Levi Nel cortile di Romano e Lidia Levi mi è venuto il desiderio di ricordare Neive degli anni cinquanta. Pa...