venerdì 28 marzo 2014

Limpio,i rèsiin,èr Magnin.

                                          Arditao
                                         Ra sòta drà lèssiia(la fossa per lavare)






Limpio passa in Cantabusso

 La strada non era lunga ma impiegavo tanto tempo perché avevo molti conoscenti dai quali era obbligo fermarmi e “contéra an pòch”(Racccontarla un po’). In Cantabusso c’erano degli amici “rèssiin” che avevano montato il palco per segare delle assi e cantavano già al mattino presto, o almeno sembrava. Lasciai il cavallo da Pietrino e scesi per la scorciatoia. Era già festa, non mi ero sbagliato.

 C’erano Dolfo e Gioanin dell’Arditao che avevano gìà segnato i tronchi e avevano iniziato a Réssié. Uno sul palco dava ritmo dicendo: “Mès arènc ,mès arènc…..” e intanto da sotto l’altro tirava.  Avevano un bel po’ di spettatori e ogni tanto fermavano . Prima beveva quello sotto quindi passava la bottiglia di zucca a Dolfo che era sopra raccomandandosi: Bèiv poch.(bevi poco) e questo: O mè smia an poch lingér !) Voleva far capire al proprietario dei tronchi che era il caso di tirare fuori il vino buono! Ripresero il lavoro sotto lo sguardo divertito del pubblico, ma questa volta trovarono un grop(Nodo) e faticavano a far scorrere la lama. Dolfo intonò “Arènc antér Arènc antér…..”Esprimendo lo sforzo che facevano.Rincuorati dal vedere che ra padrona a prontava ra taola e èr padron andava in cantina ripresero lena e suscitarono applausi per il brio adottato. Non fermarono più fino in fondo al tronco. Era uscita una seconda asse ! La controllarono tutti ,anche i bambini che con èr Parin vèi diedero il via per la terza.

Salutai e mi avviai verso il cavallo accompagnato da due ragazzine che con un “baso”(bastone da spalla per secchi) a testa  andavano a prendere l’acqua alla “tampa”(lo stagno). Presi i sigilin alla più piccola e le seguii .In lontananza apparve lo stagno. Il bue all’ombra del grande rovere agitava la coda per allontanare le mosche. Quattro donne in ginocchio insaponavano e sbattevano indumenti e lanseù prima arrotolati, con energici gesti . Una vedendomi si aggiustò il fazzoletto in testa e prese a cantare seguita dalle altre. Con le due bambine salimmo ao Tanot(pozzetto sopra la tampa)  e le aiutai a pescare l’acqua

                                                          èr Magnin


Dalla strada del bosco spuntò Milio “èr magnin”. “o ièra tut tèncc” (era tutto affumicato); nonostante il lavoro che praticava ,si ostinava a vestire con abiti chiari. Solo il corpètt era nero,camicia bianca, giacca di velluto chiara ,pantaloni a qudrètin da Miriné. Il cappello era stato la paga ” èd na sgnora”. Siccome gli feci i complimenti per il cappello, se lo tolse e dalla fodera estrasse un foglietto con una bella grafia che recitava: “A Milio èr magnin in cambio della riparazione sul "letto". Con riconoscenza Maestra Giuseppina Riarda.” Era orgoglioso del bel cappello a “Lobia” appartenuto al padre della maestra e lo mostrò alle donne quando scendemmo alla tampa. Queste marissiose (maliziose) iniziarono a far domande: A jèrla bela sa maestra ? Milio stette al gioco e raccontò: <Non aveva mai insegnato,era proprio una signora, i suoi erano Conti ma lei non volle mai che la chiamassero Contessina e morì sènsa in Pichin(soldino) perché donò terre ed averi alle famiglie “sciavènsa”. Queste riconoscenti la mantenevano portando i frutti della terra . Era dell’età della mia mamma e siccome l’avevo conosciuta ,  quando tornai dalla guerra  ogni tanto mi faceva chiamare per piccole riparazioni.> Milio aveva un viso che sembrava scolpito nel legno ed essendo completamente senza denti ,quasi il mento gli toccava il naso. Sputacchiava ,parlando, ma non per questo era di poche parole. Anzi  ,era un Ciaciarèt”Chiacchierino” e soprattutto con le donne parlava volentieri e le scherzava. I suoi servigi consistevano nel riparare “pele”Padelle ,Paireu(paioli)Bronsse (pentole)Ma anche coltelli e accette, sia affilandoli con la sua acqua magica oppure “ambrocanda”(rimettendo èr broche (chiodi) ribattuti ai manici e impugnature). La sua acqua magica per affilare falci e arnesi da taglio era un segreto che aveva svelato un po’ a tutti dopo aver bevuto almeno due bicchieri di vino buono. Rimaneva il dubbio se fosse una burla .Consisteva nel mettere uno scorpione nell’acqua del “coé” (Portacote),azione che Milio eseguiva solo dopo una bella bevuta e quindi per molti poco affidabile. Rimane il fatto che chi provò dovette constatare che “èr fil o durava pì ampèss!”  (Il filo della falce o altro durava più a lungo). In tutta la Langa era conosciuto come “Acqua” sia perché chiedeva acqua per raffreddare le padelle e paioli stagninati sia perché lo scherzavano chiedendogli se preferiva bere acqua o vino! . In quanto ai “magnìn”  li elargiva volentieri a bambini e fomre (donne)sotto forma di carezze !