Ra sòta drà lèssiia(la fossa per lavare)
venerdì 28 marzo 2014
Limpio,i rèsiin,èr Magnin.
Arditao
Ra sòta drà lèssiia(la fossa per lavare)
Limpio passa in Cantabusso
La strada non era lunga ma impiegavo tanto
tempo perché avevo molti conoscenti dai quali era obbligo fermarmi e “contéra
an pòch”(Racccontarla un po’). In Cantabusso c’erano degli amici “rèssiin” che
avevano montato il palco per segare delle assi e cantavano già al mattino
presto, o almeno sembrava. Lasciai il cavallo da Pietrino e scesi per la
scorciatoia. Era già festa, non mi ero sbagliato.
Salutai e mi avviai
verso il cavallo accompagnato da due ragazzine che con un “baso”(bastone da
spalla per secchi) a testa andavano a
prendere l’acqua alla “tampa”(lo stagno). Presi i sigilin alla più piccola e le
seguii .In lontananza apparve lo stagno. Il bue all’ombra del grande rovere
agitava la coda per allontanare le mosche. Quattro donne in ginocchio
insaponavano e sbattevano indumenti e lanseù prima arrotolati, con energici
gesti . Una vedendomi si aggiustò il fazzoletto in testa e prese a cantare
seguita dalle altre. Con le due bambine salimmo ao Tanot(pozzetto sopra la
tampa) e le aiutai a pescare l’acqua
Dalla strada del
bosco spuntò Milio “èr magnin”. “o ièra tut tèncc” (era tutto affumicato);
nonostante il lavoro che praticava ,si ostinava a vestire con abiti chiari.
Solo il corpètt era nero,camicia bianca, giacca di velluto chiara ,pantaloni a
qudrètin da Miriné. Il cappello era stato la paga ” èd na sgnora”. Siccome gli
feci i complimenti per il cappello, se lo tolse e dalla fodera estrasse un
foglietto con una bella grafia che recitava: “A Milio èr magnin in cambio della
riparazione sul "letto". Con riconoscenza Maestra Giuseppina Riarda.” Era orgoglioso
del bel cappello a “Lobia” appartenuto al padre della maestra e lo mostrò alle
donne quando scendemmo alla tampa. Queste marissiose (maliziose) iniziarono a
far domande: A jèrla bela sa maestra ? Milio stette al gioco e raccontò: <Non
aveva mai insegnato,era proprio una signora, i suoi erano Conti ma lei non
volle mai che la chiamassero Contessina e morì sènsa in Pichin(soldino) perché
donò terre ed averi alle famiglie “sciavènsa”. Queste riconoscenti la
mantenevano portando i frutti della terra . Era dell’età della mia mamma e
siccome l’avevo conosciuta , quando
tornai dalla guerra ogni tanto mi faceva
chiamare per piccole riparazioni.> Milio aveva un viso che sembrava scolpito
nel legno ed essendo completamente senza denti ,quasi il mento gli toccava il
naso. Sputacchiava ,parlando, ma non per questo era di poche parole. Anzi ,era un Ciaciarèt”Chiacchierino” e soprattutto
con le donne parlava volentieri e le scherzava. I suoi servigi consistevano nel
riparare “pele”Padelle ,Paireu(paioli)Bronsse (pentole)Ma anche coltelli e
accette, sia affilandoli con la sua acqua magica oppure “ambrocanda”(rimettendo
èr broche (chiodi) ribattuti ai manici e impugnature). La sua acqua magica per
affilare falci e arnesi da taglio era un segreto che aveva svelato un po’ a
tutti dopo aver bevuto almeno due bicchieri di vino buono. Rimaneva il dubbio
se fosse una burla .Consisteva nel mettere uno scorpione nell’acqua del “coé”
(Portacote),azione che Milio eseguiva solo dopo una bella bevuta e quindi per
molti poco affidabile. Rimane il fatto che chi provò dovette constatare che “èr
fil o durava pì ampèss!” (Il filo della
falce o altro durava più a lungo). In tutta la Langa era conosciuto come
“Acqua” sia perché chiedeva acqua per raffreddare le padelle e paioli stagninati
sia perché lo scherzavano chiedendogli se preferiva bere acqua o vino! . In
quanto ai “magnìn” li elargiva
volentieri a bambini e fomre (donne)sotto forma di carezze !
Ra sòta drà lèssiia(la fossa per lavare)
Limpio passa in Cantabusso
La strada non era lunga ma impiegavo tanto
tempo perché avevo molti conoscenti dai quali era obbligo fermarmi e “contéra
an pòch”(Racccontarla un po’). In Cantabusso c’erano degli amici “rèssiin” che
avevano montato il palco per segare delle assi e cantavano già al mattino
presto, o almeno sembrava. Lasciai il cavallo da Pietrino e scesi per la
scorciatoia. Era già festa, non mi ero sbagliato.
Salutai e mi avviai
verso il cavallo accompagnato da due ragazzine che con un “baso”(bastone da
spalla per secchi) a testa andavano a
prendere l’acqua alla “tampa”(lo stagno). Presi i sigilin alla più piccola e le
seguii .In lontananza apparve lo stagno. Il bue all’ombra del grande rovere
agitava la coda per allontanare le mosche. Quattro donne in ginocchio
insaponavano e sbattevano indumenti e lanseù prima arrotolati, con energici
gesti . Una vedendomi si aggiustò il fazzoletto in testa e prese a cantare
seguita dalle altre. Con le due bambine salimmo ao Tanot(pozzetto sopra la
tampa) e le aiutai a pescare l’acqua
Dalla strada del
bosco spuntò Milio “èr magnin”. “o ièra tut tèncc” (era tutto affumicato);
nonostante il lavoro che praticava ,si ostinava a vestire con abiti chiari.
Solo il corpètt era nero,camicia bianca, giacca di velluto chiara ,pantaloni a
qudrètin da Miriné. Il cappello era stato la paga ” èd na sgnora”. Siccome gli
feci i complimenti per il cappello, se lo tolse e dalla fodera estrasse un
foglietto con una bella grafia che recitava: “A Milio èr magnin in cambio della
riparazione sul "letto". Con riconoscenza Maestra Giuseppina Riarda.” Era orgoglioso
del bel cappello a “Lobia” appartenuto al padre della maestra e lo mostrò alle
donne quando scendemmo alla tampa. Queste marissiose (maliziose) iniziarono a
far domande: A jèrla bela sa maestra ? Milio stette al gioco e raccontò: <Non
aveva mai insegnato,era proprio una signora, i suoi erano Conti ma lei non
volle mai che la chiamassero Contessina e morì sènsa in Pichin(soldino) perché
donò terre ed averi alle famiglie “sciavènsa”. Queste riconoscenti la
mantenevano portando i frutti della terra . Era dell’età della mia mamma e
siccome l’avevo conosciuta , quando
tornai dalla guerra ogni tanto mi faceva
chiamare per piccole riparazioni.> Milio aveva un viso che sembrava scolpito
nel legno ed essendo completamente senza denti ,quasi il mento gli toccava il
naso. Sputacchiava ,parlando, ma non per questo era di poche parole. Anzi ,era un Ciaciarèt”Chiacchierino” e soprattutto
con le donne parlava volentieri e le scherzava. I suoi servigi consistevano nel
riparare “pele”Padelle ,Paireu(paioli)Bronsse (pentole)Ma anche coltelli e
accette, sia affilandoli con la sua acqua magica oppure “ambrocanda”(rimettendo
èr broche (chiodi) ribattuti ai manici e impugnature). La sua acqua magica per
affilare falci e arnesi da taglio era un segreto che aveva svelato un po’ a
tutti dopo aver bevuto almeno due bicchieri di vino buono. Rimaneva il dubbio
se fosse una burla .Consisteva nel mettere uno scorpione nell’acqua del “coé”
(Portacote),azione che Milio eseguiva solo dopo una bella bevuta e quindi per
molti poco affidabile. Rimane il fatto che chi provò dovette constatare che “èr
fil o durava pì ampèss!” (Il filo della
falce o altro durava più a lungo). In tutta la Langa era conosciuto come
“Acqua” sia perché chiedeva acqua per raffreddare le padelle e paioli stagninati
sia perché lo scherzavano chiedendogli se preferiva bere acqua o vino! . In
quanto ai “magnìn” li elargiva
volentieri a bambini e fomre (donne)sotto forma di carezze !
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