giovedì 27 febbraio 2014

Gli Agnelli del Porto di Neive





Dai Ronch si vede il Tanaro di Magliano e Rélio vide che il fiume era tranquillo. Le albere ondeggiavano leggere, accarezzate dalla brezza mattutina, voli d’uccelli annunciavano una buona giornata. Pinin, il padre, uscendo dalla stalla osservò affettuosamente la partenza dei figli con la carretta e la mucca e alzando una mano ricordò:”in poch èd brot per i conij…” Gidio e Relio, altrettanto garbatamente salutarono e annuirono. Gidio, seduto dietro era già pronto a frenare nella leggera discesa del “sapèl”,Relio procedeva davanti. Nella strada dei “Gorèij” che conduceva al Porto di Barbaresco si incrociava “èr mond!”, cartoné, mediator, negossiant,préve,frà e sgnorèt e anche “ghigne” da lestofant. Per tutti, i due fratelli avevano un saluto:”bondì, uèi!, ‘svoghima. I “pescao” si infilavano nel boschetto della riva del fiume e raggiungevano il loro “Navèt”(tipica barca da fiume spinta con un bastone).
  
Michelino  e il suo Navèt

Relio sorrideva quando sentiva “sfèrfojé”(movimenti nel sottobosco) nella penombra, e “torcianda in sigarèt” (preparando una sigaretta), da seduto sul bordo della carretta, commentava con Gidio, per farsi sentire: “Scì o saralo vnì per bolé o a pesché?” (questo qui,sarà venuto per funghi o per pescare?) Gidio rinforzava la dose di sarcasmo:” o sarà vnì a voghe se Tane o mèna crèm”! (sarà venuto a vedere se l’acqua del Tanaro sta gelando!” Sapevano bene che quel boschetto era frequentato da pescatori di frodo che nascondevano “trémaj”(rete con canna per pescare) cestini con Squarssasac, arboréle e anche anguille, per riprenderli “ anto scur”(nel buio). Prima passavano al porto a recitar la parte dei pescatori amatoriali a cui non piacevano i pesci del Tanaro. Gidio li aveva nominati “mangia pèss a tradimènt”. Sistemata la mucca, Relio si avviò al traghetto e trovò Rico, il cugino che trafficava alla fune. Lo sentì arrivare e subito: “vèn vèn che a rè na giornà marca léon! a rè scarùcolasse già due vote.”( Vieni vieni che è una giornata speciale! Si è gia scarrucolata due volte.) Rico era il cugino fratello di Gino, anche loro Agnelli, addetto come tutti, a turno, al traghetto. Scalzo, pantaloni arrotolati al ginocchio e ra “cica”(mozzicone) ridotta al solo pezzo di cartina appiccicato alla “bochéra”(angolo della bocca ingiallito dal tabacco), era di poche parole e da “bon giaj”(buon rosso di capelli) caustico e speciale. Nel riparare la carrucola raccontò col suo stile asciutto: Stamattina l’ho già vista bella. “Ra manbruja” ha gettato in acqua un frate! Quando il traghetto era fermo o aspettavi o se volevi andavi alla “ciusa” (alla chiusa e guadavi bagnandoti i piedi. Quella mattina arrivò un Frate da Neive e aveva fretta. Rico che non era tanto da Chiesa e anzi, malsoppportava “si vestorgnon”(le vesti dei religiosi gli disse “s’o rà pressa co passa a pé da ra ciusa!”(se ha fretta passi a piedi dalla chiusa).Questo che pur non aveva calze e solo i sandali, essendo “frà descaoss” ( frate scalzo) : “o mi dispiacerebbe bagnarmi!” Rico, senza tante cerimonie “so nèn cos féjé”!
Ogni tanto passava al porto una donna che gli Agnelli, gran poeti nel rinominare le persone avevano soprannominato la “Mambrujia” (donna robusta e nerboruta).Donna forte ma di cuore, disse al frate, che tra l’altro era “scrossirèt”(mingherlino), se voleva che lo portasse in spalla sull’altra riva. Il Frate accettò e ringraziò. I due si avviarono alla chiusa ma dopo poco tornarono prima lei e poi lui tutto bagnato. Rico che era uno che si faceva gli affari suoi alzò gli occhi e intuì cos’era successo.

Quando furono in mezzo al Tanaro, la donna con l’acqua alla coscia e il frate sulle spalle, lui forse preparando un’avance commentò” ringrassianda o Signor e ra Madona, son mai sta a caval a na dona!” La donna non apprezzò e ribatte con humor umido:”Bèn, mi ringrassianda o Signor e san Francèsc èt camp con èr bale ar frèsch.” Relio quando sentì il racconto della donna,giorni dopo, rise sommessamente e malignò:” “Gli è andata bene che non ha bagnato i calzini!”.   

martedì 11 febbraio 2014

Vigio èr panaté 'd Rèvèl

 Neive
 Vigio èr panatè ‘d Rèvèl

 Eccolo che spunta puntuale con il discendere delle sbarre del passaggio a livello.  Segnalano o l’arrivo o il passaggio di un treno. Non è un ferroviere, è Vigio il panettiere di Lucio ‘d Rèvèl.
Esce dal portone del cortile che dà sulla strada della Chiesa, ma lui non va verso la Chiesa ,viene verso la provinciale e si appoggia all’angolo della casa. Rimane per pochi minuti, e poi via lesto a dare un’occhiata al forno. Se non è ancora ora di sfornare ritorna sul “canton”a “fè babola” a salutè Nino “ er feroviè” che sfreccia in bicicletta nel sentiero vicino alle rotaie verso la galleria per girare lo scambio. A volte ,al tabellone delle pubblicità fissato alla barriera di cemento della strada ferrata, c’è da leggere un manifesto da morto oppure di una festa di paese che sta affiggendo Abaldo il tipografo, allora bisogna fare attenzione perché nel forno c’è il pane che non aspetta e Abaldo “o rè un co ra conta vronté”. Se lo vedi correre via è perché sta per scadere il tempo di cottura. Con la sua bustina bianca da copricapo che pubblicizza il fornitore di lievito , la camicia infarinata e i pantaloni  a quadrettini bianchi e grigi per mimetizzare la farina sembra un folletto dei boschi: Ora c’è ora non c’è più. Di lavoro ne fa tanto Vigio, perché con la scusa che ha tempo ,aspettando “ra cocia dra fornà” ,lo chiama Lucio per buttare le fascine sulla cascina per far fuoco, lo chiama Maria(moglie di Lucio) : “ svoidme sa gavia Vigio per piasì”  Lo chiama Ginota,”fomra der maslé Felicin” :<”Vigio , pèr piasì porta sa tripa a Felicin.>” Sempre con quel passo veloce, riesce a far tutto con un sorriso senza mai perdersi in chiacchiere, o se c’è na madama o madamin la saluta andando via. Si scusa e dice<“Ca mè spéta in momént”!>  Quando torna, sono andate via , ma lui sorride, sa che sono comprensive, il suo lavoro è così!

Dopo avere sfornato il pane bisogna pulire il forno e passare lo “  pnass” . Nel pomeriggio Vigio va a fare un sonnellino , poi prepara un po’ di “torcèt , panin e galucio “. I grissini li fa il mercoledì, così ci sono per il giorno di mercato. Madama Marietta “ ra Fnoui” che è nata a Trezzo e a resta ra mama ‘d Lucio e Felicin, quando prepara i grissini lo va ad aiutare a stirarli e gli da consigli su quanto olio deve mettere. Quando son cotti ne prende due ancora caldi e va a sedersi sulla sedia di vimini che Maria ha messo davanti al negozio. Alle donne che entrano dice:< I grisin ‘d Vigio rièss fina a mangiéie mi, che son sènsa dènt”. 

domenica 9 febbraio 2014

Chiesa di san Michele in Arguello
un libro per sostenere la chiesa di San Frontiniano in Arguello
a cura di Beppe Fenocchio

Prima di andare voglio raccontare: Nel Cortile di Lidia e Romano Levi

Prima di andare voglio raccontare: Nel Cortile di Lidia e Romano Levi: Da Romano e Lidia Levi Nel cortile di Romano e Lidia Levi mi è venuto il desiderio di ricordare Neive degli anni cinquanta. Pa...