Storie di Limpio èr boérin
In quel tempo giravo già la Langa da solo a comprare e vendere manzi e buoi. Mio padre mi aveva insegnato il mestiere e si fidava . A me piaceva trattare e se possibile aiutare chi ,si vedeva, “oi fava fine” (era nella difficoltà economica).Avevo un buon cavallo e “na doma o balestrina”(calessino a due ruote,con balestre) che mi permettevano di raggiungere anche i “post pì discost”(luoghi più lontani). Avevo poca scuola ,”pèrchè anlora is costimava parèi!(perche in quei tempi si usava così!), ma ero svelto a far di conto e “èm fava nèn coioné!(non mi lasciavo fregare).
Quella mattina partìi “èd bonora” (presto) per raggiungere una cascina nell’alta Langa a Serravalle,”ìi divo ar Possèt .O iera in post dèsmentiò dao Signor( era un posto dimenticato da Dio!) e ci abitavano Giolo so fomra e so fio . Ci arrivai facendo tappa a Monpian e Tre cuni,ma nèn a r’osto ,(non all’osteria),avevo amici dai quali, il papà ed io, eravamo sempre accolti benevolmente.
Ar possèt la neve durava fino ad Aprile inoltrato ,sia pèrchè ne scendeva tanta ,“a jera ant’na gora”(era in una gola canalone versante) sia perché Giolo o diva “ se Nosgnor on manda ra fioca o ra fa d’cò smarinè! (se Nostro Signore ci manda la neve, la farà anche sciogliere), per questo faceva solo il sentiero per andar al pollaio e sotto il portico per la legna. Sapendo che sarei arrivato aveva allargato “ra carsà (carreggiata) e Sbardà (sparso) alcune palate di cenere per sciogliere il ghiaccio, nell’aia, il sentiero più grande portava sotto il portico , così entrai e trovai Minèt, il figlio che usciva dalla stalla. Legò il cavallo e staccò le stanghe del calesse,buttò la coperta in groppa al Biond(Biondo) ,il cavallo. Minèt era di poche parole e mi salutò con un cenno della mano e un sorriso amaro di chi non aveva provato ancora ,pur a trent’anni, gioia e felicità. Ar Possèt regnava la tristezza della brava gente votata al lavoro ,conoscevano solo il tempo dei “sagrin dré stagion grame” (le preoccupazioni delle stagioni cattive). Giolo mi venne incontro dal sentiero della cucina d’entrata e mi salutò con un malinconico : “Grassie Limpio ch’it sèi avnì !”(grazie Olimpio che sei venuto).Mi aveva fatto avvisare da un “girolon cadrèghé”(girovago che produceva sedie) ,proveniva dalle montagne e girava le cascine producendo sedie e gistandse da manoà per vitto e alloggio, si fermava qualche giorno e ripartiva,si chiamava Ciaffré er montagnin. Con Ciaffré arrivava l’allegria,poiché cantava e fischiava tutto il giorno sia che lavorasse sia che riposasse nella “grupia o an sin balòt” nella greppia o su una balla di paglia o fieno. Nelle cascine rallegrava l’ambiente a tal punto che quando se ne andava eran tutti dispiaciuti e aspettavano il suo ritorno dell’anno successivo. Ar Possèt ,persino Ciaffré “o iera genà” (era imbarazzato),non rinunciava alla sua serenità ma sembrava contagiato da quell’aria di malinconia che spirava in casa. Lui ci provava a scherzare e a contéie chèiché bale” (e a raccontare qualche facezia) ma “a fava nèn presa” non veniva accettata), e così si fermava pochi giorni e raccomandandosi “sté ‘d bonimor!” riprendeva il suo cammino fischiettando. Giolo che era una persona semplice ma intelligente aveva capito che per suo figlio non poteva andar bene una vita fatta di lavoro e null’altro. Dop tant cabalisé (dopo aver pensato molto ) decise di confidarsi con me per reagire a quell’aura di tristezza che regnava nella cascina. L’eredità dei vecchi pesava troppo e aveva capito che bisognava far qualcosa per cancellare il ricordo di Ghita ra nona ch’a rova er libr dèr comand e a travajava èd masche marìe,d’ in barba co iera ampicasse an srà travà e na soréla sarà a Racunis. Se ci fosse ancora stato èr cé Pinin e marina Toina loro avrebbero saputo risolvere il problema! Apparivano in sogno a Giolo e li vedeva su una nuvola sereni e intenti a “ntèrsé der ghirbine e firé dra lana” (intrecciare ceste e a filare della lana).Non capiva il significato di quei sogni ricorrenti e me lo confidò. Madlinin ,la moglie, era una donnina che voleva bene ai so doi om “ai suoi due uomini” , ma non sapeva svincolarsi dall’imposizione che le aveva posto Lissiota consegnandole quel libro che aveva nascosto sota ra camisa èd lin antèr baul dra sua dote (sotto la camicia di lino nel baule della sua dote). Aveva timore ad aprirlo e a disfarsene, ma capiva che non poteva andare avanti così. Lei e Giolo si erano conosciuti a una “vià” , Madlinin si innamorò sentendolo cantare. Giolo da giovane suonava la fisa e cantava delle belle ballate che parlavano di prinsi e matote rapite dal vento su cavalli bianchi bardati di fiori. In Chiesa lo accompagnava nelle lodi alla Madonna e si guardavano negli occhi per capirsi sull’attacco e sul finale del canto. Quando si sposarono vennero tanti amici e fu un matrimonio memorabile,fu però anche l’ultima festa. Quasi qualcuno avesse calato un sipario sulla loro vita non si cantava più ,la fisarmonica venne riposta “antra stansia dì sac”(nella camera dei sacchi) ,c’era solo il lavoro e poche parole .Erano tutti posseduti da pensieri “marì” (cattivi )che non lasciavano spazio né alla conversazione né al buon umore. Al Possèt furono anni di Isolamento ,non una vià non una festa . Dopo il concepimento di Minèt non ci fu nemmeno più il momento dell’amore. Michina la sorella fu trovata che vagava nei campi impazzita, barba Noto si impiccò sulla Travà,era il giorno di San Pietro,di solito arrivavano i primi soldi con i “cochèt” portati e venduti a Dojane ma quell’anno “i bigatt iero marsà “ (i bachi erano morti) e non si potè neppure filare un gomitolo di seta per un “corpèt” . Michina aveva imparato a filare da marina Toina e a produrre maglie per le donne e gli uomini di casa unendo fili di lana e di seta. Portò i fiori ara Madona ar Pilon e si mise a “scoraté” (a vagare)nei campi , urlava e non voleva tornare a casa. Giolo ,dopo una notte di tentativi chiamò “èr médich” che riuscì a “pasiéra” (calmarla) e la portò lui stesso con il calesse al manicomio. Più nessuno mise fiori alla Madonna.


