mercoledì 5 ottobre 2011

Nel Cortile di Lidia e Romano Levi

Da Romano e Lidia Levi
Nel cortile di Romano e Lidia Levi mi è venuto il desiderio di ricordare Neive degli anni cinquanta.
Paolin ‘d Ross,figlio di Carlin er Moriné abitava ar morin sul Tinella,dal ponte che porta in Rivetti. Il papà di Paolo,vedendomi vangare,ero ragazzino e volevo aiutare la mamma a dissodare un pezzetto di terra per seminare l’insalata,mi osservò un po’, quindi vedendomi paonazzo e sudato mi consigliò: < Ciapa poc> riferendosi alla zolla di terra che volevo rivoltare,<Ciapa poc!> mi ripetè.Gli sorrisi pensando scherzasse.Solo quando rimasi con il manico della vanga rotto tra le mani capìi cosa intendeva dire Carlin.Se ne andò sconsolato sicuramente pensando: <I gioo i scoto nen e devo bate o nas per per fese esperienza!>.

Bepe d’en Rivèt mi ricorda sua mamma Francesca e il papà Gepin che quando si andava a portare la bombola del gas ne approfittava per far due parole e <Siediti Michelino>
M.-<No grazie ,andiamo ,voi dovete pranzare>
A-<E ben ti et bèivi in biciél èd vin. Quando ero da servitò e andavo con er padron,si capitava in qualche casa dove stavano mangiando e mi offrivano da bere,ma veramente , mi r’ava na fam da cotèl e m’amncalova nen a dije dame co na fetta ed bergonsola.Quindi se vno fa piasì,mangé chèicos!> Al che ricordo lo sguardo di Michelino,mio padre che con una risatina alludente mi disse:<Ti èt rei sicur na fam da cotèl neh?.>Arrossendo presi il panino che mi offriva Francesca e …..rivedo lo sguardo soddisfatto del papà di Beppe,contento di aver azzeccato l’aneddoto.

Beppe d’en Rivèt mi racconta di Romano che un giorno in cui venne a portargli er rape(le vinacce) gli chiese se nella cantina avessero dei Taragnà (ragnatele) perché “o vrava anrasesse”(voleva creare una comunità di ragnatele. )La settimana dopo lo videro arrivare in Rivetti con la bicicletta, raccolse in un sacchetto un po’ di ragnatele e ragni, ringraziò e contento come un bambino se ne tornò.

Sergio ‘d Fer
Che coincidenza,il cognome Ferro,lavorava il ferro e ai miei occhi di ragazzino,Sergio, il componente principale “’d ra forsa” gruppo con Roman,Mario e Tomasin era di ferro.Alto ,grandi mani callose,sguardo duro ma con un cuore enorme lasciavi trasparire una sofferenza che ti rendeva affascinante.Quando ti rivedo ora, col passo lento e il volto scavato dagli anni,mi piace ricordare. Mi portasti per tartufi e per burlarmi mi facesti prendere un cestino abbastanza grande.Salìi sulla Vespa sulla sella posteriore,davanti avevi il cane e lo zappino.Andammo “antèr sarzére”.Il cane cercava ma fiutò solo un pallino grande come una nocciola. Mi guardasti,preoccupato di avermi deluso. Rammento solo la felicità per l’esperienza con “er mè amis ed fér.”

Dorin er Triforao
Minuto ,con il passo svelto,passava per il paese con il cane da Tartufi.I pompeur,seduti davanti al Bar da Talina ,lo chiamavano.Lui faceva una risata mefistofelica e con il bastone indicava a Taboi di non fermarsi.Dicevano che  maltrattava i suoi cani da tartufi e per questo non era ben visto.Qualcuno lo giustificava col fatto che viveva da solo e “o rè nen trop apost”.
Lo ricordo col foulard a quadrettini annodato al collo,il bertin sponsorizzato da una marca di macchine agricole,la casadora verde(giacca da cacciatore)  e i pantaloni rimboccati nei gambaletti verdi Superga.Veniva da Michelino a comprare la batteria 100 ore Superpila per la lampada da trifore e” an sra paciora”  si faceva mettere un po’ di benzina nell’accendino per le sigarette.Le dita erano ingiallite dalle sigarette di trinciato, le labbra avevano pezzi di cartina e tabacco,ra bochera .
Gli occhi piccoli e chiari,i baffetti ingialliti dal fumo e i denti guasti anneriti dalle carie. Lo tengo nei ricordi come un ragazzino invecchiato che continuava a giocare con i suoi cani.
Come direbbe Nando”o iéra pà cativ!”Forse era un folletto!

lunedì 19 settembre 2011

Le rondini di un girolon



Sentii pigolare e alzai gli occhi. Erano tornate le rondini ma esprimevano preoccupazione, non gioia .Capii guardando l’angolo della casa. Vi erano delle “marche”, ricordavano nidi passati. Qualcuno li aveva distrutti, che noia davano?
Osservando l’andare e venire delle rondini,prima una poi due poi tre compresi la preoccupazione di quegli esseri così perfetti. Eran tornati dopo aver superato mille pericoli e avevano trovato il nido che speravano pronto ad ospitare le uova con i loro figli ,distrutto. Constatazione della cattiveria dell’uomo e subito un conciliabolo sul da farsi. Altre amiche eran venute a far visita e avevano comunicato la loro stessa condizione: Nido distrutto,uova pronte ad essere deposte , maltempo in arrivo. Non c’era tempo per disperarsi occorreva darsi da fare per ricostruire. Ron venne a dire che aveva trovato una pozza che sarebbe servita come fornace per la malta e depositò il primo mattoncino. Volò via dicendo a Dine di fermarsi un attimo sul bordo rimasto. Si scambiarono un rapido bacino.
Prima di sera ,con la collaborazione di altre famiglie avevano ricostruito mezzo nido .In attesa della solidificazione riposarono sul cornicione.
Un cane ,con una catena troppo corta mi abbaiò svogliatamente. Fu però sufficiente a far uscire dalla stalla un Cichinot con la caplina e i lineamenti mongolini.Alto come un bambino mi venne incontro quasi mi avesse sempre conosciuto ,mi prese per mano e < ven a voghe er mè bocinot pena nà!> .Lasciai cadere sull’erba la cassetta di legno con “frisa boton e bindej per camisa” e lo seguii. La stalla era buia per i vetri ingialliti dall’alitare e traspirare degli animali e oscurati dalle ragnatele grasse e storiche come piacevano a Romano Levi. Due vacche un toro un cavallo da lavoro e un’asina gravida abitavano la stalla . L’omino era zompettato tra la paglia ed giass ambusà e salito” an tra gruppia sota ra trapa “ mi diceva : < bèica che bèl! > e mi indicava il vitellino nell’angolo tra due assi e il muro. Mi avvicinai spaventando decine di porchin chiazzati che incuriositi per un estraneo si rintanarono chi tra i balòt di paglia e fieno e chi sotto la greppia. L’odore di fieno ,busa  e acidulo del latte non dava fastidio e lasciava trasparire l’umanità dell’abitazione. Cichinot ,per niente impaurito dal mio arrivo ,continuava a essere eccitatissimo per la nascita. Saltò giù e < o rè na stamatin prest! Mi dorm da dlà  e rò pà sentì gnènte!> Diede una carezza al cavallo e una all’asina e spinse la porta della camera adiacente la stalla, aveva la carrucola e una pigna di ghisa arrugginita per bilanciare e tenerla chiusa,
mi chiamò con un gesto trattenendomi la porta che aveva un pannello con scolpita l’immagine della Madonna con il Bambin Gesù. Pur così vicina alla stalla la camera odorava di juta dei sacchi di grano e di canfora e lavanda del cassettone con specchiera . Si sedette su di un sacco con un saltino e sempre più sembrava un elfo dei boschi, la cappellina troppo grande sembrava piegare le orecchie ma lasciava trasparire un sorriso e uno sguardo angelico.
< Antes let jè mortie me nono Felice , o rà dime: prega Cichinot e mi ro scotòro.!> Fissava il crocefisso con il simbolo della morte e sorridendo mi disse : ti tsei n’om brao perché tèm dèi tedia! (tu sei un uomo bravo perché mi stai ad ascoltare!). Il letto ad una piazza era alto e con la testiera raffigurante una scena di caccia con alcuni animali ed un cane che sembrava loro amico, dietro a un albero faceva capolino un musetto simile a Cichinot . Si sdraiò nel letto e io mi sedetti su di un sacco. Fissai il sole del pannello in fondo al letto e vidi una luce intensa che mi toccò il cuore .Distolsi lo sguardo e cercai Cichinot.  Credetti fosse sprofondato nel sacco “ed feuje ed meira!! Mi alzai , non c’era  più. Alzai il sacco,guardai sotto il letto, pensai a uno scherzo , nella stalla solo il vitellino muggì quasi a salutarmi ,non vidi mai più Cichinot. Chiesi ad Anin che mi comprò una serie di bottoncini di madreperla,mi disse : < èti bèivù Miglio? Cichinot o rè  mort an tra stala tanti agn fa o jera mè fratel ,o rà pi nen parlò dop co rà vist meure er nono! O pregava e o fissava er crocifiss, in bel dì r’oma trovaro an s’in balòt con tuti i porchin chi ro bèicavo”
M’incamminai verso la cascina successiva e da allora io, Miglio di professione girolon ambulante sentìi la voce di Cichinot che mi sussurrava : < ti tsei n’om brao tei dame tedia>.
Vidi le rondini felici comunicare la loro gioia e darsi baci per festeggiare la nascita dei rondinini e l’ultimazione dei nidi. Son morto felice su di un letto di foglie di meliga ricco degli insegnamenti di tanti Cichinot e Anin       


venerdì 26 agosto 2011

Vagare

Il terreno asciutto risuona stanco ai miei piedi.
Il vecchio castagno libera frutti vivaci
come pensieri bizzarri rimbalzanti qua e là.
Vi è pace tra questi sentieri che attendono il freddo
e anelano a chiudersi ai propri destini.
Così la gioia dell'animo triste
aspira aromi di vita.
Da qui s'alza il vento della libertà,
da questi fremiti indomiti
da questi fruscii repentini.
Non vi è pace per le strade che attendono il freddo
e si aprono ad orrendi destini.
Qui giunge il vento della libertà
si insinua per vie recondite
e si perde.

Terra madre

Ti insegnerò figlio ad aspirare
il magico della terra sotto la neve.
A capirne i segreti al solo guardarla
ad annusarne la vitalità prorompente.
Ti mostrerò la sua sofferenza
la gioia e la tristezza.
ti rivelerò i legami che uniscono
noi langhet a questa terra aspra
ma dolce ,come tua madre.

mercoledì 24 agosto 2011

I colori della vita




Rocca di Arguello

Affondare lo sguardo in quelle rocche
abissi grigi ammorbiditi dal verde fondale.
Sono richiamo di vita,rifugio
per bestie cacciate
per uomini tormentati.
Puoi girare quegli intrichi di piante e sterpi
nel naso un profumo di umido
negli occhi ombre turbatrici,luci rassicuranti
nelle orecchie fruscii,suoni cari d'uccelli felici
nel cuore voci di pace,desideri,
piacere di pestare quel tufo arido eppure ricco di storia.
Alzare lo sguardo in quegli sprazzi di cielo
ritrovare te stesso,risalire l'abisso.