Monsù Giusèpp èr caglié del Rondò di Neive


Monsù Giusèp abitava con la sua
famiglia nel Ciabòt del Peso del Rondò di Neive. Il lavoro iniziava al mattino
molto presto quando arrivavano “tombarèi”(carri per trasporto animali) o cartòn
(carri per trasporto legname) o con arbi(bigoncia) per trasporto dell’uva.
L’ufficio del peso divideva il locale con il banchetto del Ciabattino e la
poltrona da barbé. Monsù Giusèp aveva anche molti impegni da sbrigare sia nel
paese alto che nel Borgo Nuovo di Neive. Si avviava dicendo alla moglie: <se
mi cercano, torno per le 17.00> . Lo potevano cercare clienti che chiedevano
notizie circa la riparazione delle scarpe o qualcuno per prenotarsi per barba e
capelli per il mattino seguente. Ma ormai quasi tutti sapevano degli impegni di
Monsù Giusèp e non stavano a disturbare la signora. Indossava sempre il vestito
scuro con la giacca doppio petto e col freddo ci metteva sopra il giaccone in
pelle. Il primo ufficio a cui far visita era il Bar del Rondò. Si sedeva per
pochi minuti e quando dalla bottega sotto si sentiva la signora Mafè che
ordinava: <Gidio, cuca l’euv!> , scattava, salutava e ripartiva. La
salita per arrivare all’arco di San Rocco era dura, ma il fido bastone lo
aiutava e quasi teneva testa a Pippo Barberis che con il Mosquito lo sfidava
pedalando a più non posso!
Giusèp sorrideva e urlava a
Pippo< ci vediamo quando piove! Ma ‘t véni pà(ma tu non vieni!).
Pippo lo salutava ritornando
veloce.
Il Mercoledì scendeva per la
scorciatoia della Rampa facendo tappa da Mantoan che abitava nel ciabòt sopra
il Littorio. Ii davo na torcià(preparavano una sigaretta) e commentavano,
fumando, dei trifolao che venivano a “rubare i tartufi “ dai tigli che erano di
sua proprietà! Monsù Giusèp tranquillizzava Mantoan dicendogli che avrebbe
riferito al Maresciallo o al Sindaco. E via, giù per la scalinata a salutare i
bambini delle classi prima elementare delle
maestre Grasso e Piccinelli. Le masnà giocavano e lui si soffermava a
chiedere notizie del maestro Igino e del sig. Capo Stazione Piccinelli. Scendendo
in via Mazzini salutava i Gallo, Oreste che stava già macellando “nella bassa
macelleria”. Voleva sempre offrirgli qualche pezzo di frattaglia ma lui
ringraziava e non accettava con la scusa che era lontano da casa. Non avrebbe
mai portato a casa quella carne poco sicura, piuttosto avrebbe mangiato pan e
“siola”(cipolla). La casa successiva era quella di Pinoto Gallo e Maria la
Lattaia. Pinoto era tornato dalla Russia e raccontava con le lacrime agli occhi
delle peripezie della ritirata di Russia. Giusèp lo ascoltava per un po’ ,
quindi commosso gli faceva coraggio e salutava Carlin ,altro fratello Gallo.
Carlin non gli piaceva perché era “complimentoz e faoss”(complimentoso e
falso), inoltre una volta gli aveva dato della carne tritata vecchia.
Passava anche nella stalla dei
Giacon e si complimentava con Tognin il padre, per i bei cavalli da tiro
utilizzati per trainare il carro funebre. Omaggiava la signora Adalgisa ,una
“signora “ sarta “ che usciva sulla lobbia a vedere chi ci fosse ma rientrava subito
chiarendo alle apprendiste, senza mezzi termini, che c’era solo col “fagnan”
dèr caglié dèr Rondò! Giusèp sentiva e alla “bondosa “ (abbondante) signora
rispondeva con un ironico<Rà salut béla madamin !> e a Tognin , sapendo che si innervosiva a chiederglielo:
<e Don Gino o stalo bèn!> Era il figlio prete che era stato inviato in
Sardegna per punizione. Il Giacon padre gli alzava il Foèt(frustino) e lo
mandava via malamente.
Lui procedeva e andava a scambiar
due parole con Giaco èr cavagné(cestaio). Si confidavano i reciproci dolori
all’anca e Giusèpp consigliava i”massaggi con ra Ssionza(grasso di maiale)”,
segreto a lui spiegato da Duilio, marito della Spessiaira(Farmacista). Giaco,
già solo a parlarne sentiva meno dolore e in segno di ringraziamento offriva un
cestino da lui realizzato con un pacco di buza èd caval ottima per i gerani
della signora del caglié. La buza era dei cavalli di Giacon e la carta era
quella azzurra per lo zucchero avuta da madamin Felicina della drogheria Strazzarino
quando le impagliò lo scagnetto della bottega. In cambio del lavoro ricevette
un etto di zucchero e un etto di caffè con un pacchetto di surrogato” vero
Franck”. Giusèpp ringraziava e ripartiva col cestino al braccio. Aveva già in
mente a chi poteva donare il prezioso concime contenuto nel bel pacco azzurro
aviatore. Svoltato l’angolo della casa Rivetti entrò nella bottega di
ferramenta di Cento èr magnin. Lui era sempre in giro a riparare vetri o a
stagniné grondane o paireu(Paioli), ma avrebbe trovato madamin Giulia, sempre
grassioza e allegra. Aprì la porta e lo scampanellio del Ciochin avvisò
della sua entrata. Si udì la voce di
madamin Giulia che intonava “bel oselin del bosco” e quando entrò era avvolta
dal profumo dell’aglietto e conserva di pomodoro. Giusèpp la accolse con un
inchino, sorreggendosi al bastone, quindi chiese se poteva avere una trentina
di chiodi a testa tonda per riparare uno zoccoletto di Tota Da Casto. Chiese
quanto doveva e allorchè madamin Giulia gli disse che erano offerti, sempre
galante le disse che in cambio della sua gentilezza avrebbe concimato il
geranio della “tola” (latta) sul marciapiede. Madamin ringraziò e cantando
ritornò alla cucina. Giusèpp mise un po’ di buza ed caval e ricompose il
pacchetto, poteva ancora servire, magari per qualche scherzo.
Attraversò la strada e andò sotto
l’Ala dove vi erano i commercianti di bestiame, non voleva passare sul
marciapiede dove Loizin, il caglié, suo concorrente aveva il “banchèt” e
clientela . Salutò alcuni “Negossiant”Commercianti, poi vide Giuda(Gioda) il
litigioso Negossiant dèr Caplèt, questi stava vendendo doe polaje a una madama
dei Plissé e urlava che non gliele avrebbe lasciate se non gli dava quanto
voleva lui. Giusèpp si intromise e con fare cerimonioso chiese se poteva aggiungere
al prezzo pattuito un cestino con sorpresa per far avere alla madama ed Tomlin,
suo caro amico le due pole. Giuda, preso alla sprovvista, ritirò i soldi dalla
donna e il cestino, quindi li ritirò nel portafoglio a fisarmonica legato alla
catenella al panciotto sotto la mantella. Quando ebbe terminato l’operazione la
signora non c’era più e Giusèpp attendeva la reazione di Giuda dietro al
pilastro dell’Ala. Aprì con cautela il pacco ma prima che avesse tempo di
cominciare a sacramentare, Giusèpp arrivò e prendendolo sotto braccio lo invitò
a bere un Marsalino al Bar da Talina. Giuda non fece altre storie e ridendo si
lasciò accompagnare all’osto da Talina.
Madama Talina appena vide entrare
Monsù Giusepp disse : “propi chièl spetava! E rò i sandali da rangé” Lui ritirò
i calzari che pose nel cestino e chiese
se potevano tenere un pacco nella ghiacciaia. Lo ritirò Italia e lo pose in
ghiacciaia. Lui strizzò l’occhio a Madama Talina e lei versando due Marsalin
disse forte : “ antèss pachètt Jè in regalin per Giuda! Lo ritira quando va a
casa!”





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